Il costo della Guerra

8 marzo festa internazionale che celebra la Donna, dovrebbe essere un giorno di pace e celebrazioni ed invece in Ucraina come in molte altre parti del mondo si continua a combattere in nome di ….(clicca qua per leggere un nostro articolo in merito)

Siamo arrivati al 13° giorno, milioni di persone fuggono e migliaia muoiono ma il conflitto non sembra placarsi, solo piccoli “cessate il fuoco” a scopo umanitario. Il leader russo è sempre più determinato, mentre quello ucraino richiama il contingente di “peacekeeping” sparso per il mondo inneggiando alla difesa del Patria.

Ed intanto, questo delirio ha fatto esplodere i prezzi di tutte le materie prime, alimentari e non. L’ipotesi di un embargo contro il petrolio russo ha tolto ogni freno ai prezzi dell’energia, lanciando le quotazioni del barile vicino ai 140 dollari per la prima volta dal 2008, con un’impennata di quasi il 20% in pochi minuti all’apertura delle contrattazioni. In parallelo il prezzo del gas – dopo essere più che raddoppiato la settimana scorsa e decuplicato in un anno – è balzato di oltre il 70% in Europa, per aggiornare il record storico su livelli davvero stratosferici: 345 euro per Megawattora, salvo poi ripiegare a fine giornata a 215 euro, mentre il Brent – con la medesima volatilità – si avviava a chiudere intorno a 123 dollari al barile.

Mentre l’occidente discute come colpire le esportazioni di greggio russo, i flussi nei gasdotti non sono per ora minacciati e proseguono con regolarità: da Gazprom ci arriva il 30% in più rispetto a febbraio, come fa notare Commerzbank, per un totale di quasi 3mila Gigawattora al giorno (per la regola aurea “due pesi, due misure” tanto cara allo Status quo ovvero si condanna la guerra e si promette aiuti all’Ucraina ma intanto si finanzia anche la Russia).

Ed intanto l’Italia è stata iscritta, insieme a molti altri stati, nel libro nero della Russia e la possibilità di perdere le forniture da Mosca si è fatta improvvisamente più concreta. E il mercato finanziario mondiale trema, con l’assalto all’oro, bene rifugio per eccellenza che adesso si apprezza anche insieme al dollaro. Ieri il lingotto ha superato 2mila dollari l’oncia per la prima volta da un anno e mezzo.

«Se il petrolio viene sanzionato, allora cresce la possibilità che anche il gas sia colpito da sanzioni», osserva Tom Marzec-Manser, responsabile di Icis-Gas Analytics. Ragionamento lineare, che deve aver dominato il pensiero di qualsiasi operatore all’apertura degli scambi, provocando reazioni da panico. Anche altre materie prime – benché reduci da una settimana di rincari e volatilità da primato – hanno ulteriormente accelerato, con rialzi di prezzo eccezionali soprattutto per quelle di cui la Russia è un fornitore rilevante.

Il grano tenero da macina a Parigi si è spinto fino a 450 euro per tonnellata, ennesimo record storico. Al London Metal Exchange il nickel è arrivato a guadagnare il 90% in un giorno (si veda il box in pagina), mentre l’alluminio per la prima volta ha superato 4mila dollari.

Anche il rame ha aggiornato il massimo storico a 10.845 dollari per tonnellata: per il metallo rosso c’è una discreta diversificazione dei produttori, ma la Russia è comunque responsabile del 3,5% dell’offerta.

Il palladio, che invece arriva per il 40% da Mosca, si sta apprezzando molto più rapidamente (metallo con il quale si costruiscono i sistemi di scarico delle auto. Serve per trasformare gli inquinanti tossici in anidride carbonica e vapore acqueo, componenti meno dannose. È utilizzato anche in elettronica, odontoiatria e gioielleria e viene estratto principalmente in Russia e in Sudafrica)

Anche per il petrolio è difficile rinunciare alla Russia: il Paese è il terzo produttore al mondo, alle spalle di Arabia Saudita e Usa, e addirittura il primo per esportazioni, se alle vendite di greggio (circa 5 mbg, diretti per metà in Europa) si sommano quelle di prodotti raffinati, altri 2,5-2,8 mbg tra gasolio, benzina, nafta e quant’altro.

Il greggio russo è già diventato molto difficile da piazzare sul mercato, per via delle sanzioni e non solo, anche se Shell ha ammesso nei giorni scorsi di non rispettare il divieto di acquisto. L’ipotesi di un embargo ufficiale ha comunque colpito il mercato.

Ed intanto il segretario di Stato Usa Antony Blinken ha dichiarato in alcune interviste televisive che Washington è «impegnata in discussioni molto attive» con i Paesi alleati per «studiare in modo coordinato l’ipotesi di bandire le importazioni di petrolio russo». La Germania sta opponendo resistenza e anche la Gran Bretagna ha suggerito quanto meno un approccio graduale, magari in prima battuta introducendo un tetto anziché un divieto agli acquisti. Ma gli Usa sembrano decisi a procedere, anche da soli.

Non sarà comunque una passeggiata. «Si parla di togliere dall’equazione uno dei maggiori fornitori di petrolio – avverte John Driscoll, chief strategist di JTD Energy Services – L’impatto sarà rilevante per tutta la catena». «Se il petrolio russo non torna sul mercato nel giro di poche settimane corriamo il serio rischio di dover razionare il greggio e i carburanti la prossima estate», rincara Energy Aspects.

Non vorremmo essere né sarcastici e né cassandre ma da come si sta mettendo la partita, l’inerzia è tutta verso Putin, con l’Europa stretta nella morsa delle grandi superpotenze. Gli Stati uniti d’America ad ovest, la Russia ad Est, con la Cina attento ed interessato spettatore, pronta a dare il colpo del KO all’economia del vecchio continente. In attesa di nuove e tremende strategie dell’Unione Europea, la realtà è sotto gli occhi di tutti: <<il tatticismo ed il dividi et impera degli ultimi trent’anni hanno consegnato il continente e le chiavi della sua cassaforte in mano alla più bieca propaganda.>>

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Pubblicato da marco monaco

Consulente aziendale per l'organizzazione ed il marketing, Medaglia d'oro Avis - donatore di sangue. Presidente di Promosferae Ass.ne Promozione Sociale, organizzazione no profit che si occupa di sociale, formazione, ambiente. Scrittore e fotografo per diletto

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